L’arresto cardiaco nello sport e le soluzioni per contrastarlo.

L’arresto cardiaco improvviso (ACI) è la principale causa di decessi correlati all’esercizio fisico negli atleti. Un piano di gestione per il soccorso è fondamentale per facilitare una risposta rapida ed efficace a un’emergenza cardiaca. Un ACI dovrebbe essere sospettato in qualsiasi atleta che crolla improvvisamente a terra e non risponde agli stimoli. Prendiamo spunto da un recente articolo pubblicato da Henry F. Perlo e Jonathan A. Drezner per parlare dell’importanza di associare la formazione BLSD ad un documento di valutazione del rischio, conosciuto come DVR.

Tutti i potenziali soccorritori del team dovrebbero essere addestrati al riconoscimento di un ACI, alla rianimazione cardiopolmonare e all’uso di un defibrillatore esterno semiautomatico (DAE). L’ideale sarebbe che il DAE fosse facilmente accessibile in loco per permettere un tempestivo intervento ed erogare il primo shock entro i 3 minuti dall’evento. In Italia ogni scuola, club e organizzazione sportiva, sia di livello ludico ricreativo, che professionistico, i cui atleti praticano attività che richiede un certo sforzo fisico, è per legge obbligata a detenere un defibrillatore e disporre di personale addestrato (certificato BLSD) presente durante gli allenamenti e le competizioni.

Negli atleti un ACI è raramente associato ad un trauma contundente al petto come una pallonata o uno scontro fisico. Negli atleti di età superiore a 35 anni la primaria causa di un ACI è riconducibile alla malattia cardiovascolare e può verificarsi durante qualsiasi attività sportiva. Lo screening cardiovascolare negli atleti per il rilevamento di condizioni cardiache a rischio di ACI, pur rimanendo il miglior approccio per la prevenzione, non esclude che il tragico evento possa verificarsi, infatti nessuno protocollo di screening identificherà tutte le condizioni a rischio di un ACI.

Ogni persona designata al primo soccorso, deve mantenere un livello elevato di addestramento per individuare prontamente un ACI e rispondere efficacemente in caso di necessità, prestando la dovuta assistenza sanitaria. Il riconoscimento ritardato di un ACI, può portare a ritardi critici o addirittura mancata attivazione del servizio sanitario di emergenza (Sistema 112/118), avviare la rianimazione cardiopolmonare (RCP), e fornire la defibrillazione.

Fino a qui niente di nuovo, se non fosse solo che questo articolo intende sottolineare alcuni aspetti che spesso vengono tralasciati: l’importanza della gestione di un piano efficace di soccorso. Per prima cosa un protocollo di emergenza non dovrebbe coinvolgere esclusivamente il personale del team, che più delle volte è formato da pochi elementi, giusto il numero minimo previsto per legge, ma essere allargato a tutti i componenti della società sportiva: dirigenti, allenatori, accompagnatori, atleti, inclusi i manutentori, magazzinieri e amministrativi della società, ad ognuno dei quali sono assegnati specifici compiti, ma tutti devono essere in grado di riconoscere i segni e i sintomi di un ACI, praticare una RCP e utilizzare un DAE.

Secondo aspetto: individuare un coordinatore responsabile della sicurezza. Il Team leader è la figura essenziale per promuovere la formazione continua, con prove pratiche al primo soccorso almeno una volta all’anno, ancora meglio se programmate ogni sei mesi. Importante è considerare che alcuni sport richiedono considerazioni speciali, come la rimozione dell’attrezzatura, esempio un casco, un corpetto con imbracature particolari, o la pratica delle attività fisiche in sedi situate in zone geograficamente ampie o basate sull’acqua, quindi di difficile accesso ai servizi di emergenza avanzati. Questo per dire che non parliamo del classico soccorritore occasionale. Infatti, chi fa parte di un team di soccorso ed opera all’interno di un contesto ben definito, come ad esempio una squadra sportiva, aver partecipato a un corso BLSD con un livello standard base, può rilevarsi non sufficiente per affrontare adeguatamente un’emergenza sanitaria in determinati contesti.

Recenti ricerche dimostrano che in caso di ACI avere i DAE dislocati presso impianti sportivi e nelle scuole, la possibilità di sopravvivenza delle vittime supera l’80%. Qui c’è però da capire, quante di queste persone ritornano poi a condurre una vita normale senza alcun danno neurologico, in ogni caso sono dati confortevoli che speriamo possono portare presto la presenza dei DAE anche nei condomini. (Drezner, J. A., Toresdahl, B. G., Rao, A. L., Huszti, E., & Harmon, K. G. (2013). Outcomes from sudden cardiac arrest in US high schools: A 2-year prospective study from the National Registry for AED use in sports. British Journal of Sports Medicine, 47(18), 1179–1183.).

Mentre un’indagine condotta nel 2019 sugli interventi effettuati durante le gare su strada in Giappone da soccorritori dotati di DAE in grado di spostarsi, ha riportato una sopravvivenza del 100% in 28 corridori colpiti da ACI e assistiti con la RCP in un tempo medio di 0,8 minuti e il tempo impiegato per erogare lo shock con il DAE è stato in media di 2,2 minuti!!. Ogni ulteriore commento è superfluo, questo lo studio: (Kinoshi, T., Tanaka, S., Sagisaka, R., et al. (2018). Mobile automated external defibrillator response system during road races. The New England Journal of Medicine, 379(5), 488–489.)

Questo rafforza il concetto che è necessaria un’attenta pianificazione e lo sviluppo di un piano d’azione di emergenza. Ogni componente del team di primo soccorso di una scuola, club, organizzazione sportiva (e non solo), dovrebbe essere addestrato simulando un’emergenza in uno scenario più reale possibile, seguendo uno schema con standard e procedure definite sul documento di valutazione del rischio (DVR). Regole fondamentali per garantire un’efficiente e organizzata risposta per assistere una persona infortunata o in ACI che necessita di assistenza immediata. Questa formazione dovrebbe includere periodici aggiornamenti; un sistema di comunicazione consolidato per avvio tempestivo della chiamata d’emergenza al 112/118; pratica efficace delle manovre di RCP (profondità e frequenza appropriate delle compressioni toraciche); una valutazione e individuazione ottimale del posizionamento dei DAE e conoscenza della disposizione dell’intera struttura; familiarità con l’ambiente circostante (strade, edifici, barriere) e dell’indirizzo con le precise indicazioni da fornire al 112/118 per accedere alla struttura in caso di un emergenza.

Designare chi fa cosa, come per esempio rimuovere le barriere del parcheggio per migliorare l’accesso alla sede o al campo di atletica, chi recupera il DAE, chi effettuerà la chiamata d’emergenza al 112/118, incluso il metodo di allertamento della squadra di soccorso interna. Tutto questo deve essere chiaro e provato, specialmente quando si aggiungono nuovi membri nella squadra di soccorso, oppure si verificano cambiamenti strutturali nell’ambiente o nella sede dove si svolge l’attività. Fortemente consigliato dopo ogni intervento, è organizzare un debriefing tra i membri del team per valutare l’evento ed eventualmente aggiornare le procedure se vengono rilevate criticità nelle procedure dell’emergenza. Tutta l’attrezzatura utilizzata deve essere rimessa in ordine e in perfetta efficienza. Mai sottovalutare l’organizzazione di un supporto psicologico per i soccorritori e gli astanti.

Come già accennato in precedenza non bisogna tralasciare la presenza e l’utilizzo di attrezzatura sportiva atipica, in particolare alcuni indumenti che possono complicare ulteriormente una rianimazione o diminuirne l’efficacia. Questi rischi devono essere previsti nello scenario di addestramento dei soccorritori per essere formati a individuare e rimuovere velocemente eventuali spallacci, agganci, cinghie o qualsiasi altra attrezzatura che limita l’accesso alle vie respiratorie e al torace della vittima.

L’attrezzatura dell’atleta non è l’unico fattore da tenere in considerazione, ma anche l’ambiente dove si svolge l’attività gioca un ruolo determinante nella gestione dell’emergenza. Mentre la maggior parte degli eventi sportivi si svolgono in un unico confinato spazio (ad esempio uno stadio), diversi sport prevedono competizioni che interessano una vasta area geografica. Questi includono ad esempio il canottaggio, ciclismo, nuoto in acque libere, sci nordico e alpino, eventi di surf e corsa a lunga distanza. Questi eventi pongono una sfida notevole per la progettazione di un piano efficace d’emergenza. Eventi di partecipazione di massa come una maratona si verificano frequentemente in tutto il mondo e l’assistenza medica di emergenza mobile è fornita a intervalli regolari (cioè, ogni 1-2 km) per tutta la durata del tracciato. Diverso il discorso se parliamo di canottaggio, uno sport che prevede l’allenamento in due ambienti completamente diversi. Il primo, l’addestramento avviene a terra e prevede l’uso di attrezzatura stazionaria (tipicamente un ergometro da canottaggio) in un confinato spazio. Il secondo, allenamento si svolge in acqua e prevede canoe con equipaggio composta da 2 a 9 individui e tipicamente l’area interessata copre una vasta regione geografica con condizioni e rischi imprevedibili (ad esempio, condizioni meteorologiche, altre imbarcazioni, personale di supporto diverso).

Tutto ciò dovrebbe far riflettere e prendere coscienza sul fatto che non bisogna fermarsi a conoscere le manovre di rianimazione, ma andare ben oltre, identificando i ruoli chiave di ogni membro del personale di soccorso e i metodi appropriati di comunicazione. Particolare attenzione dovrebbe poi essere prestata alla tipologia e l’ambiente dove viene praticata l’attività sportiva, incluso l’utilizzo specifico di attrezzature nonché l’accesso e la distanza del servizio d’emergenza sanitario.

Stefano Mazzei

Stefano Mazzei

Laureato in scienze dell'educazione e della formazione, è il fondatore di Salvamento Academy, azienda specializzata in corsi di alta formazione in ambito sanitario.

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